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Il senso di Emerald*

6° giorno di viaggio | Lunedì 5 agosto 2013 | Tarragona – Delta de L’Ebre

Se dovessi pensare ad un colore per ciascuna giornata, tingerei di giallo ocra quella di ieri e di verde smeraldo quella di oggi.

C’è uno strano silenzio intorno. L’aria è ferma, bagnata, il cielo opaco e luminescente, di quel bianco sporco che brucia agl’occhi, e li fa socchiudere, con acuta forza. Al margine della scena, la calura divide atomi, costringendoli a rapide aggregazioni e scomposizioni, le quali tingono il vorticoso movimento di febbrili macchie scure. Non un solo gemito s’ode all’orizzonte, se non un leggero, quasi impercettibile, fruscio.

Le gocce s’affastellano sul viso e dei tre milioni di ghiandole sudoripare date in dotazione naturale, non v’è una sola che manchi al suo puntuale dovere di termoregolatore. Le sento agire, misurando la loro efficacia dalla maglietta fradicia attaccata al corpo. E confermo: funzionano perfettamente. Dalla prima all’ultima, nessuna esclusa.

Un profumo noto sotto altre sembianze mi riempie le narici. Lo conosco, eppure non ne sono certa. E’ impossibile trovarlo qua. Così forte, così sparso. Così tanto. M’è capitato di sentirlo altre volte, in cucina in genere, ovvero nel luogo suo proprio e per il quale nessun’altro è più adatto. E invece lo ritrovo in codesto spazio, sparso nell’aere immobile, come fosse un’imponente, inaspettata, casa d’elezione.

Procedo lentamente, colta da tanto ingenuo stupore, quanto da feconda ignoranza, mentre le domande, sempre più prementi, sempre più incalzanti, l’una dopo l’altra mi spingono ora ad accelerare, ora a rallentare il passo, per porre rimedio al vuoto conoscitivo in cui mi sono imbattuta. Un frase, sgomitando e sbracciandosi fra le altre, si fa largo ed afferma: “Non esistono problemi, è solo una questione di conoscenza”** in questo, come in altri casi, da acquisire. 

Mi arresto, decisa ad illuminare il buio con la miglior arma a mia disposizione: la logica.

Di fronte a me s’allunga, come un filo di lana grigia, una strada sottile, la quale taglia, esattamente a metà, l’immensa distesa verde che i miei occhi stentano a decifrare, ma di cui per certo ne colgono l’estensione inusitata. Guardo, pondero, interrogo. “Che cos’è?” E ancora l’odore nelle narici, e l’umido che s’abbatte sul capo e sulla mia persona come fosse un manto, o una pesante cerata.
Mi avvicino al ciglio della strada, laddove il riverbero del sole, rifrangendo la luce e trattenendo uno solo dei frammenti, mi permette di determinare dove s’interrompe il grigio e dove comincia il verde. Vi è come una sorta di scalino, in discesa. Un passo per conoscere. Lo faccio, senza dubbio. E mi trovo con un piede in mezzo all’acqua. Fortunatamente ne ho messo uno solo, e d’altronde si sa, la scienza procede per tentativi ed errori.
Approfitto dell’estensione in acqua di una gamba per allungarmi a cogliere uno dei filamenti verdi che, pacato, si distende verso il cielo. Lo prendo in mano, esco dalla melma fangosa, lo annuso. Ma non ha odore, se non il consueto della linfa vegetale, la quale in nulla assomiglia all’altro, delicato, fragrante ed avvolgente che sento da quando sono qui.
Lo scruto, sfogliando nel frattempo il libro degli appunti su fiori frutti e piante, generosamente innestato nella memoria da mia madre – con fatica e pertinacia delle quali ora le sono immensamente grata –, ma niente, non ottengo informazioni di sorta alcuna. Disgraziatamente il campione raccolto non combacia con nessuna pianta presente nell’archivio.

D’accordo. Torno dunque ab ovo nel ragionamento, per ripartire con un altro senso e, accantonati vista e tatto, procedo con l’analisi olfattiva dell’aria. L’aroma è morbido, quasi vellutato. Mi ricorda la pentola a pressione, quando fischia ed il vapore si sparge nell’aria portando con sé la fragranza d’un… Un lampo improvviso mi attraversa la mente, spazzando via ogni dubbio ed incertezza, come un vento prorompente quando s’abbatte sul disordine, cancellandone ogni traccia. Fragranza, schioccare fra i denti, chicchi, ma certo! E’ riso! Riso!! Non ci posso credere, eppure è chiaramente, distintamente, inequivocabilmente, il profumo del riso bollito! E dirò di più, varietà basmati. Che ha una nota fruttata maggiore rispetto al tradizionale chicco europeo del vialone nano.

Pervasa dal calore della consapevolezza, nel mentre s’accresce e si spande dentro al corpo, giungendo a battere alle pareti ultime dell’involucro, alzo gl’occhi dallo stelo che reggo in mano, per abbracciare l’enorme distesa di coltura. Sino all’orizzonte ed oltre, da sinistra a destra dell’intero campo visivo, e persino ruotando sull’asse, s’estende la più grande coltivazione di riso che abbia mai visto in vita mia. “E’ la risaia di Spagna!” dico ad alta voce, sorridendone felice.

 “La risaia di Spagna.”

La risaia di Spagna | Parc Delta de L'Ebre

CONTACHILOMETRI: 181
CONSIGLIO DEL GIORNO: posare, almeno una volta nella vita, gl’occhi sulla sua distesa verdeggiante
STRADA DEGNA DI MENZIONE: TV 3409 e TV 3404, in lungo e in largo


* Emerald. Lo pongo qui in luce affinché il buon intenditore possa trarre dalla sua personificazione un piccolo piacere letterario.
** Non esistono problemi, è solo una questione di conoscenza. Cito testualmente (o meglio nella mia personale appropriazione) una delle massime di mio padre, le quali, come silenziosi fuochi fatui, mi guidano nel cammino più arduo: il quotidiano essere.