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Nautilus

Amava il mare. Di tutti gl’orizzonti capaci di riempire il suo piccolo cuore, nessun’altro era in grado di rapirla con la stessa forza, o accarezzarne il viso con la stessa dolcezza. Passava giornate intere a guardarlo, immobile. Il mare. Ed ogni volta le pareva diverso eppure uguale a se stesso. Certi giorni era così scuro che per quanto si sforzasse non riusciva a vedere ad un palmo sotto la superficie. Altre invece, e in genere accadeva dopo uno di quei temporali che se ne viene giù così, all’improvviso, l’acqua era limpida e trasparente, che ci vedi chiara ogni cosa, come attraverso una lastra di vetro appena pulita. Erano i giorni migliori, in cui poteva scrutare le profondità della sua gola standosene abbarbicata sulla punta della roccia. E per quanto ne avesse conosciuto i molti volti, e per quanto sì, c’erano stati anche dei momenti in cui ne aveva persino avuto paura vedendolo cupo infrangersi sugli scogli, e ricoprirli di schiuma e di rabbia. Ma nonostante la sua forza e proprio per la sua forza lei lo amava il mare, con l’infantile assoluta certezza con cui s’amano le cose grandi.

Era il 14 luglio del 1936. Me lo ricordo bene, perché fui proprio io a trovarla, laggiù nella baia. In paese non si fece che parlar d’altro, per tutto l’autunno, ed anche l’inverno seguenti. Ah, quante volte ho sentito i vecchi raccontare la storia! E nel rinnovarne il racconto, vi aggiungevano un particolare o un dettaglio, come a voler completare col cuore, ciò che la mente non aveva potuto vedere con gl’occhi. Conoscevano bene la bambina, soprattutto i pescatori, per via delle domande cocciute ed ostinate che gli andava facendo, sul perché e il per come di un certo pesce, o sul colore di una roccia o ancora della natura gelatinosa e rossastra dei pomodori di mare. E per quanto spesso incalzati dalla sua insaziabile curiosità, col tempo s’erano affezionati a lei e al suo modo serio di interrogarli, che non ammetteva dubbi né tentennamenti di sorta alcuni. Anch’io talora l’avevo vista, seduta sugli scogli.

All’epoca avevo quindici anni e in genere me ne stavo per le mie, perché avevo felicemente scoperto che la solitudine era una condizione di gran lunga preferibile alle botte dei ragazzi più grandi. Così, nelle giornate estive, coi calzoni arrotolati in vita ed un cappello di paglia ereditato da mio nonno, facevo delle lunghe passeggiate sulla punta della penisola, a caccia di serpi e di rospi. Era il mio passatempo preferito!

Di quando in quando ci vado ancora a camminare sul promontore. Il cappello certo s’è sgualcito, ma conserva intatto l’odore delle estati trascorse a piedi nudi fra la sterpaglia, col sole battente che mi bruciava le spalle ed un coltellino sbeccato infilato in tasca. E ancora adesso, percorrendo la strada che dalla chiesetta porta alla prima insenatura – la più calma e docile di vento e di mare -, mi torna in a mente la storia della bambina, non tanto per ciò che vidi, quanto piuttosto per le volte che la sentii raccontare, identica nelle frasi e finanche nelle pause, tant’è che se oggi non so più distinguere il vero, per certo ne ricordo ogni singola parola.

Era una giornata limpida, una di quelle in cui il cielo pare farsi tutt’uno con l’orizzonte curvo dell’acqua. Con la rete di caccia ben allacciata al polso, stava eseguendo il consueto sopralluogo per verificare quali tesori la corrente avesse portato con sé dopo la mareggiata dei primi giorni della settimana. Aveva da poco doppiato lo scoglio che noi si usava chiamare “zoccolo del torello” per la sua forma dapprima stretta, che poi si allarga come un’unghia spessa, quand’ecco che un bagliore la colpì. Si fermò immediatamente, perché nel mare – e lei lo sapeva bene – basta un centimetro in più  per perdere l’angolazione ottimale dello sguardo e di conseguenza l’oggetto meraviglioso appena scovato. Col corpo immobile, piegò leggermente le mani e, come fossero pinne di pesce, le usò per remare indietro, sino al punto dell’avvistamento. Strizzò gl’occhi e la vide di nuovo.

La flebile lucina le apparve per un istante, per poi svanire, come inghiottita dal movimento lento delle acque. Fece una prima immersione per avvicinarsi alla luce, per capire cosa fosse esattamente l’oggetto sbrilluccicante – una pietra, una conchiglia, un gioiello? –  che rifrangeva i colori del verde, del blu, del rosso e del bianco tutti assieme. Scese di un metro e mezzo e con la gioia palpitante nel cuore riemerse svelta, incredula. Era un’orecchia di San Pietro!

No, non si stava sbagliando. Anche se non l’aveva mai vista dal vero, se non in un libro preso in prestito dalla biblioteca e mai restituito, per via della bellezza di certi suoi disegni e delle informazioni dettagliate in esso contenute, ebbene anche se non l’aveva mai vista, sapeva perfettamente che si trattava di un gasteropode della famiglia Aliotide. L’aveva persino sognata, tant’era bella, in uno degli interminabili pomeriggi d’inverno, in cui fa buio presto e il vento s’agita irrequieto, piegando scuro le chiome dei pini.

“Lamellosa” disse a voce bassa, come a voler serbare il segreto di una così grande scoperta.

Si preparò ed in sequenza fece un primo respiro, poi buttò fuori l’aria, ne fece un secondo più grande, e lo buttò fuori ancora, ed infine fece un altro respiro, il più grande di tutti, e s’immerse completamente. Spingeva forte con i piedi e con le braccia ancor di più, perché era lontano il suo tesoro. Un vecchio pescatore le aveva insegnato a comprimere l’aria in fase di discesa, per evitare che la pressione del mare schiacciasse dolorosamente i timpani, sino a romperli. Così con i piedi spingeva e con una mano remava, mentre con l’altra s’era tappata il naso e vi premeva l’aria per proteggere le orecchie. Scese di uno, poi di due metri, il suo corpo si stendeva lungo nell’acqua, come fosse corrente nella corrente. E poi scese ancora. Non li contava più i passi che la separavano dalla superficie. Sentiva solo il cuore battere all’impazzata. Ma oramai mancava poco. Ad un tratto si fermò, a pochi centimetri dalla meta, allungò una mano, era così vicina adesso, ma ancora non bastava. Scalciò forte con i piedi per darsi un’ultima spinta, allungò di nuovo la mano e, raschiando il fondo, strinse il suo tesoro fra le dita. Felice come non lo era mai stata, si voltò e sollevando il capo vide sopra di sé una parete d’acqua, enorme. Appoggiò i piedi al fondo e con uno slancio stirò i muscoli verso l’alto, ma le sue gambe erano stanche, ed il cuore, che sino ad allora aveva scandito con ritmo assordante ogni singolo movimento, ora stranamente stava rallentando. Battè un ultimo colpo, sordo, come il rintocco di una campana rotta. Poi più nulla. L’azzurro del mare si fece sfocato. In quell’istante una sola immagine, nitida e bellissima, l’attraversò. Aveva cinque fori vicino al bordo e rifrangeva i colori del verde, del blu, del rosso e del bianco tutti assieme.

La trovai di rientro dalla mia passeggiata, nella baia del promontore che guarda a levante, laddove l’acqua si fa più bassa e la corrente più lieve. Uno strano silenzio avvolgeva la scena e persino il vento s’era acquietato. Il mare l’accarezzava dolcemente e lei stava lì, immobile, con gl’occhi socchiusi. Aveva un sorriso dipinto in volto e nella mano stringeva una piccola conchiglia.