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Caracoles*

PUNTO DELLA SITUAZIONE
Perché qui, a furia di sbizzarrirmi (girovagare letterario cum sommo gaudio), è sorta la necessità di fare ordine nel racconto.
E dunque, sia fatto!

5° e 6° giorno di viaggio | Domenica 4 e lunedì 5 agosto 2013 | Tarragona – Delta de L’Ebre

LECTIO BREVIS
Orbene miei cari, dopo la visita al monastero di Poblet, il valoroso pilota è rientrato al campo, ha salutato affettuosamente Michela – le nostre strade si sono divise con uno sguardo ed un abbraccio, forte, di quelli che ti stringono anche dentro –, ed è andato a procurarsi i viveri per la cena. Ebbene sì, anche gli eroi mangiano. Quindi, interrogate due fanciulle del posto, mi sono recata al market del paese e, dopo aver letteralmente lottato con dei bruti per portare a casa una cipolla, una salsiccia e tre pomodori – parevano gli ultimi alimenti sulla faccia del pianeta – lesta mi sono diretta al campo. Erano le dieci passate e la cucina su minuscolo fornello è fatto che richiede il suo tempo.

Il mattino successivo mi sono imbarcata di buonora alla volta del Parco Delta de L’Ebre: il luogo più umido della terra, e lì mi sono dedicata all’esplorazione della risaia e ad una missione pesciolino nel paese Case di Alcanar. Segnalo, con il consueto amore per la precisione che contraddistingue codesto racconto di viaggio, due fatti o notizie salienti: il primo, il Camping Eucaliptus, il cui nome promette fronde sottili e tronchi rossastri – appunto di eucalipti – aveva una sola piazzola di pioppi rigogliosa, la quale, come fosse stata una strepitosa, gettonatissima, lotteria di quartiere, è giustamente capitata a me. E secondo, che la graziosa piazzola sorteggiata, del piacevole et humidus Camping Eucaliptus, si trovava proprio ad un passo da un delizioso, ed incredibilmente rorido, laghetto di papere ed altri animali acquatici.

Bene, strizzata la maglietta e fatta una doccia, per sostituire la mia acqua (sudore), con altra acqua (L’Ebre) mi sono recata al paese Les Cases d’Alcanar, godendo ancora della magnifica vista sui campi. La salsiccia della sera prima era stata del tutto assimilata ed il vuoto da essa lasciato reclamava l’apporto di ulteriori sostanze nutritive. Beh, siamo in Spagna, ed una cenetta di pesce è quanto di meglio possa desiderare. Solo c’è un problema, spinoso quanto una sardina o un’acciuga malcotta: conosco i pesci ma non i corrispettivi spagnoli. D’accordo, ma c’è il vocabolario! Certo, lo stesso che, nella fretta della partenza, è ignobilmente rimasto a casa sul tavolo. Va bene, allora parliamo di internet e del preziosissimo aiuto di Google Translate! Ecco, c’è un piccolo inconveniente: funziona solo tramite un supporto elettronico, il quale a sua volta richiede una, seppur modesta, carica elettrica. Dunque l’abbiamo? Non esattamente. Cosa vuol dire non esattamente? E’ pur qui il cellulare! Sì, ma è scarico. Stupido inutile pezzo di plastica!

Al diavolo la tecnologia, tanto più perché ci resta comunque il buon senso (la batteria è perennemente carica) e, per mia estrema fortuna, anche i menù fissi per i turisti (adoro il sorriso materno della dea bendata).

PATTI CHIARI 
Scelgo il menù delux, cercando di intuire, fra le espressioni divertite della cameriera, il piatto forte della serata, più che altro per sincerarmi di non imbattermi in un Paguro Bernardo**. Ah no, non se ne parla! Quelli proprio non potrei mangiarli, così piccoli e graziosi, e coi quali tutt’ora gioco amabilmente in spiaggia. Nossignore!

LA CENA DI PESCE 
Tavolo fronte mare, suono della risacca delle onde, vino amabile, tartine di entrée e, in questa piacevolissima cornice, viene servita la prima portata. Distese su un vassoio ovale di metallo, una dozzina di conchiglie mi guardano teneramente. “Aquests caracoles són, caracoles!” continua a ripetere la signorina e, vedendo la mia espressione, equamente ripartita fra lo stupíto, lo scettico, e l’imbarazzato – di non saper da dove cominciare a mangiarle –, con grande pazienza e l’universale linguaggio dei gesti, mi spiega come fare ad affrontarle. Strumenti in dotazione: legnetto lungo, sottile ed appuntito. Dunque la faccenda si svolge così: tieni il guscio con la sinistra (per i mancini, al contrario), e con la destra, aiutato dallo stecco, ti infili nella sua cavità e, con la massima delicatezza, estrai l’animaletto, accompagnandolo da una piccola rotazione del polso. Esce. Lo guardo. E’ sostanzialmente una lumaca, solo d’acqua salata e con un certo gusto per l’abbigliamento: la conchiglia infatti è fra le più belle che si possano trovare nei nostri mari.
Bene, tutto è pronto: non resta che mangiarla! Faccio un bel respiro, bevo un sonoro sorso di vino e la infilo in bocca.

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SULLE LUMACHE
Ora, come qualcuno di voi avrà correttamente intuito, devo confessare che non sono esattamente un’appassionata di lumache. Certo, mi è capitato ancora di mangiarne, ma sono e resto convinta del fatto che, la notte dei tempi in cui, per la prima volta, hanno preparato l’animaletto, è stato fatto solo ed esclusivamente perché non c’era altro in giro da mangiare! Poco cosa dire – mi si perdoni qui una presunta mancanza di sensibilità, la quale, in certo qual modo, potrà offendere i degustatori appassionati di tal invertebrato – ma, a tutti gli effetti, si tratta di un mini-muscolo, più o meno duro a seconda della bontà del cuoco, il cui sapore è dato quasi esclusivamente dal sugo con cui è accompagnato.
Dodici, undici, dieci – bevo – nove, otto, sette, sei – pausa sigaretta – cinque – bevo – quattro, tre – bevo ancora – due, uno.

Finite!

CONTACHILOMETRI: 181
CONSIGLIO DEL GIORNO: senza togliervi il gusto per la sorpresa, vale la pena di studiare qualche piatto tipico prima della partenza. 
SCENA EPICA: La degustazione della prima, indimenticabile, caracole.


odtzo | Caracoles | Murice comune* Murice comune o Ragusa. In dialetto Garùsola. Mollusco gasteropode*** della famiglia Muricidae (Haustellum Brandaris, Linneo 1758) conosciuto sin dall’antichità e dal quale i Fenici ricavavo il prezioso pigmento naturale purpureo. Per chi volesse approfondire la storia ed i metodi di estrazione e lavorazione, segnalo il sito web Biodiversipedia. 
odtzo | No Paguro Bernardo, ma Gibbola cineraria** Paguro Bernardo. Da me erroneamente chiamato Paguro Bernardo (scient. Clybanarius Erytropus) in quanto il suddetto invertebrato, rappresentato nella foto qui a fianco, al tempo della mia analisi aveva rubato il guscio alla Gibbula cineraria (gasteropode trochidae). Quindi il riferimento corretto è appunto alla Gibbula.
*** Gasteropode La parola deriva dal greco gastèr = stomaco e podòs = piede.

Ulteriori fonti (only for addicted shells’ lovers):
Paguro detto Bernardo l’eremita: Biodiversità dello Stretto
Sulla Famiglia Trochidae (album fotografico): Seashells Collection
Haustellum Brandaris: fedele Wikipedia
Murice (in particolare forme dialettali): Aolamagna
Database illustrato delle conchiglie marine: Conchiglie del Mediterraeo